Ippica a gambe all’aria Sono stati i politici ad azzoppare i cavalli

L’ippica sarebbe un bene culturale da proteggere, un’eccellenza italiana da vantare, un’economia che produce lavoro, invece è la madre di tutti gli sprechi e di tutte le malinconie. Solo da noi è così: in Francia l’ente che gestisce le scommesse è la sesta azienda di Francia, in Giappone toccano record di vincite da dieci, dodici, miliardi, in Inghilterra, che ha già Ascot, è ancora in grandissima ed elegante espansione. L’ippica italiana al contrario ha cominciato a sbandare a metà degli anni Ottanta, finire sbalzati di sella è stato un attimo. I sicari sono tanti. Uno lo trova subito Guido Borghi, presidente dell’Ippodromo Le Bettole di Varese: «I guai sono cominciati quando la politica è entrata nell’ippica, cioè quando la gestione del settore è stata tolta agli ippici per darla ai politici». Poi le scommesse, selvagge, che sono piombate sul mondo dei cavalli come uno tsunamo. Nelle agenzie dove si puntava sui cavalli è entrato di tutto, dalle puntate del calcio alle slot machine: alla fine si scommetteva su tutto meno che sull’ippica. Non è solo la concorrenza senza limiti: scommettere sui cavalli non conviene più: la ritenuta fiscale è del 32% contro il 12% delle slot e il 5% di tutte le altre. In Francia e in America, per fare un esempio, è la metà. La scommessa si porta dietro una brutta fama ma c’è scommessa e scommessa: «Con le slot in cinque minuti fai cento scommesse e ti rovini – è ancora Borghi a parlare – con i cavalli invece devi studiare per giocare, devi pensare per puntare. La scommessa sull’ippica non è fine a se stessa ma ha uno scopo nobile: finanziare allevamenti di eccellenza». La liberalizzazione delle slot è stato un colpo mortale. Oggi la scommessa ippica produce 55,5 milioni su un monte giochi che vale 17 miliardi, il calo è stato del 380%. C’entrano la riduzione delle corse, l’abbassamento dei montepremi, ippodromi non sempre all’altezza del futuro. Ma l’emorragia di giocatori è stata devastante complice, come si diceva, la pressione fiscale che ha reso il prodotto perdente rispetto agli altri giochi. «Negli altri paesi le slot machine soltanto nei casino e nei club privati, c’è il jackpot sull’ippica che qui non c’è, il prelievo altrove è la metà, altrove le grandi corse hanno pubblicità e tv». Qui niente di tutto questo.

Anche l’ambiente, litigioso per tradizione, ha le sue colpe. «Ognuno ha pensato per sè, nessuno al momento opportuno ha voluto vedere le crepe che si aprivano nel nostro mondo – è l’analisi di Guido Melzi d’Eril presidente di HippoGroup Torinese che è stato anche numero uno dell’Unire – Oggi nessuno parla a nome dell’ippica che è una confederazione di staterelli. Siccome il governo non ha soluzioni vere, ognuno coltiva interessi molto diversi dall’altro, ognuno cerca di rubare la fetta di torta all’altro».

Oggi l’ippica vive a rimorchio e non vive bene. Tremonti, a suo tempo, consegnò all’ippica finanziamenti per 150 milioni di euro all’anno che ancora oggi il settore incassa: «Sarebbero finalizzati al rilancio, ma sono soldi buttati via perché il mercato continua a precipitare e non esiste un vero progetto». Praticamente un settore assistito. La politica, sempre quella. Borghi insiste: «Purtroppo l’ottusità dei politici ha distrutto il sistema: perché oggi per esempio avere un cavallo da corsa per il fisco è una segno di ricchezza e quindi da perseguire con il redditometro. Ogni cavallo crea con la sua filiera crea almeno un posto di lavoro. Invece c’è stato un crollo nell’acquisto dei cavalli». Nell’ippica il grande assente è proprio il governo: «Il ministero Martina non è mai venuto all’ippodromo, non ha mai messo la testa, non si è mai occupato del problema. E se non frequenti come pensi di risolvere i problemi?». É una corsa a ostacoli. Dove però perdono tutti.

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